EMANGIOMI

L’approccio terapeutico agli emangiomi è fortemente condizionato dalla loro storia naturale, che è generalmente caratterizzata da una tendenza all’involuzione spontanea.
Nella maggioranza dei casi è consigliabile l’astensione da qualsiasi trattamento e il monitoraggio della lesione mediante controlli clinico-strumentali periodici. Durante la fase involutiva, che può avere una durata anche molto lunga, non va sottovalutata la necessità di assicurare un adeguato supporto psicologico al bambino e ai suoi familiari per le possibili reazioni negative a tali patologie.
Un atteggiamento interventistico è raccomandabile solo negli emangiomi gravati da una prognosi sfavorevole in rapporto alla sede anatomica, alle dimensioni, alla rapidità di accrescimento o alla comparsa di gravi complicazioni locali o sistemiche.
Il presidio terapeutico più semplice è costituito dall’elastocompressione che può essere praticata per contenere l’espansione della massa durante la fase proliferativa nei casi in cui la sede anatomica la renda agevole: l’indicazione principale si riscontra nelle localizzazioni agli arti.
La cortisonoterapia è indicata quale terapia di prima scelta negli emangiomi a rapido accrescimento, negli emangiomi con gravi complicazioni locali (emorragie, ulcerazioni, infezioni), negli emangiomi cranio-facciali con compromissione di funzioni vitali o sensoriali, negli emangiomi cutaneo-laringei e nelle emangiomatosi disseminate con interessamento viscerale.
La terapia cortisonica viene effettuata durante la fase proliferativa per via sistemica ricorrendo preferenzialmente a cicli di 20-30 giorni di prednisone o prednisolone somministrato per via orale alla dose di 2-4 mg/Kg/die, con intervalli liberi di 30-40 giorni. Generalmente i cortisonici producono una risposta immediata, con notevole involuzione dell'emangioma entro pochi giorni in circa un terzo dei neonati.
In casi selezionati si possono eseguire iniezioni intralesionali di triamcinolone acetonide alla dose di 3-5 mg/Kg per seduta, tuttavia tale trattamento è consigliabile solo in forme localizzate per non incorrere nel rischio di necrosi cutanee ed è assolutamente controindicato nelle localizzazioni periorbitarie.
L’impiego dell’interferone trova indicazione in forme con prognosi sfavorevole che non rispondono alla terapia cortisonica, come spesso avviene nell’emangiomatosi neonatale disseminata e negli emangiomi cutaneo-laringei: si somministra in questi casi l’interferon alfa-2 per via sottocutanea alla dose di 3.000.000 U/mq superficie corporea/die. La risposta al trattamento è variabile e si manifesta dopo un periodo di latenza dell'ordine di settimane o mesi. La terapia con interferon va riservata a casi di particolare gravità in quanto sono frequenti gli effetti mielotossici e neurotossici con un'incidenza di paraparesi spastica intorno al 20% dei pazienti.
La laserterapia può essere impiegata come terapia di sostegno per accelerare la regressione di emangiomi di notevoli dimensioni ad estensione superficiale, per eliminare teleangectasie residue post-involutive, ma soprattutto per favorire la guarigione di emangiomi ulcerati, utilizzando elettivamente il laser dye-pulsato. Altri tipi di laser, come quello ad argon, sono stati utilizzati con minore efficacia e maggiore incidenza di necrosi cutanee e cicatrici distrofiche.
La chirurgia non è raccomandabile nella fase proliferativa, in quanto le recidive sono molto frequenti. La terapia chirurgica riveste un ruolo fondamentale soprattutto al termine della fase involutiva, per il trattamento delle sequele estetiche mediante l’asportazione dei residui fibro-adiposi dell’emangioma. Nelle forme più estese si rendono necessari interventi plastici ricostruttivi, eventualmente con l’ausilio di espansori cutanei. Il ricorso alla chirurgia durante la fase proliferativa può essere ragionevole solo per emangiomi peduncolati di piccole dimensioni, emangiomi a rischio per cicatrici distrofiche o emangiomi a prognosi sfavorevole che non rispondono alla terapia medica.
La tracheostomia si rende spesso necessaria nella gestione degli emangiomi laringei per il mantenimento della pervietà delle vie aeree in attesa della risposta alla terapia cortisonica.
L’embolizzazione mediante cateterismo arterioso superselettivo può essere considerata come extrema ratio nelle emangiomatosi viscerali a rapida evoluzione.

TOP

MALFORMAZIONI VENOSE

Obiettivi del trattamento delle malformazioni venose (MV) sono la regressione parziale o completa della malformazione, il miglioramento o la risoluzione dei sintomi e la riabilitazione funzionale.
Il trattamento è subordinato in maniera imprescindibile a una corretta valutazione diagnostica pre-operatoria: la strategia terapeutica dev’essere decisa nel singolo paziente sulla base dei reperti clinico-strumentali con particolare riferimento alla sede anatomica, alla morfologia, all’estensione e ai caratteri emodinamici della malformazione.
I trattamenti comunemente eseguiti nelle malformazioni venose possono essere schematicamente suddivisi in due gruppi principali: procedure chirurgiche e procedure endovascolari.
Le PROCEDURE CHIRURGICHE rivestono un ruolo fondamentale nella strategia di trattamento delle malformazioni venose.
L’ asportazione chirurgica è utile soprattutto nelle MV sottocutanee circoscritte mentre è tecnicamente difficile nelle MV intramuscolari o intraarticolari, soprattutto se di notevoli dimensioni. La radicalità dell’intervento è spesso inficiata dall’estesa infiltrazione dei tessuti molli circostanti e dall’assenza di un distinto piano di clivaggio. Per tale ragione si osserva un alto tasso di recidive a distanza e complicanze emorragiche.
L’exeresi chirurgica è anche indicata nei casi di persistenza di vene embrionarie come la vena marginale. Tale intervento richiede un accurato mappaggio pre-operatorio della vena embrionaria e viene eseguito con criteri di ridotta invasività, ricorrendo a micro-incisioni cutanee multiple lungo il decorso del tronco venoso e ad appositi mini-stripper. In tal modo si ottengono risultati estetici eccellenti.
Nelle forme con incontinenza valvolare congenita secondaria a displasia delle cuspidi valvolari è possibile effettuare una valvuloplastica. Tale intervento viene generalmente eseguito sulla vena femorale comune mediante una piccola incisione cutanea all’inguine e consiste nell’applicazione intorno alla valvola displasica di una fettuccia di materiale protesico (dacron o PTFE) al fine di ripristinare la continenza valvolare mediante l’accostamento delle cuspidi.
Nelle forme con ipoplasia del circolo venoso profondo può essere utile in intervento di decompressione chirurgica nei casi in cui gli esami strumentali dimostrano la presenza di bande fibro-muscolari anomale con effetto compressivo sull’asse venoso, come spesso si osserva nel cavo popliteo.
Le PROCEDURE ENDOVASCOLARI si sono affermate in epoca più recente per la bassa invasività e gli ottimi risultati morfologici e funzionali, proponendosi come valida alternativa o utile complemento della chirurgia soprattutto nelle MV a localizzazione profonda sia in sede cranio-facciale che periferica.
La scleroterapia (o scleroembolizzazione) consiste nell’iniezione percutanea all’interno della malformazione venosa di speciali agenti chimici detti sclerosanti al fine di occludere la malformazione stessa.
Nelle MV estese e a localizzazione profonda (intramuscolare o intraossea) è preferibile eseguire la sclerosi sotto controllo radioscopico, utilizzando la tecnica della flebografia per puntura diretta: in tal modo è possibile avere un rigoroso controllo della sede di iniezione e della diffusione del mezzo sclerosante e si può inoltre ottenere una verifica immediata dei risultati della sclerosi.
Si utilizzano vari agenti sclerosanti in rapporto alle caratteristiche morfologiche, alla sede anatomica e all’estensione della malformazione. Nelle MV superficiali, di piccole dimensioni o localizzate alle mucose si preferisce l’uso del polidocanolo (0,5-3%). Nelle MV di grosso calibro, infiltranti e a localizzazione profonda conviene optare per l’uso di agenti sclerosanti più potenti come il sotradecol (0,2–3 %) e l’etanolo (95%). Il dosaggio dell’agente sclerosante viene stabilito in proporzione alle dimensioni della MV, considerando come massimale la dose di 2 ml/Kg di peso corporeo.
La tecnica della scleroterapia dev’essere estremamente rigorosa, in quanto l’iniezione accidentale del mezzo sclerosante in sede extravasale o una dose inappropriata possono provocare gravi complicazioni: tromboflebiti, necrosi cutanee, granulomi, deficit neurologici. E’ invece un normale effetto secondario la comparsa di una reazione flogistico-edematosa locale di variabile entità ed estensione, che generalmente regredisce nel volgere di alcune settimane con l’ausilio di un’opportuna terapia antiinfiammatoria corticosteroidea.
Nelle MV con persistenza di vene embrionarie è in fase sperimentale l’utilizzo di una sonda endolaser per ottenere l’occlusione del tronco venoso embrionario con minore invasività.
Nella maggioranza dei casi è preferibile attuare una TERAPIA COMBINATA, basata sull’associazione di vari trattamenti chirurgici e endovascolari, al fine di raggiungere migliori risultati clinici riducendo il rischio di complicanze estetiche o funzionali. Inoltre è importante sottolineare che, soprattutto nelle forme estese o complesse, si rendono spesso necessari numerosi interventi sequenziali per ottenere una significativa regressione della malformazione.

TOP

MALFORMAZIONI LINFATICHE

La strategia terapeutica nelle malformazioni linfatiche (ML) è subordinata a un’accurata valutazione diagnostica pre-operatoria ed è principalmente correlata alla morfologia, alle dimensioni e alla sede anatomica della malformazione.
La scleroterapia percutanea è utile soprattutto nelle forme cistiche, in cui consente di ottenere una significativa regressione della massa con una limitata invasività. Le dimensioni della lesione influenzano la scelta del mezzo sclerosante: nelle forme microcistiche infiltranti si preferisce l’uso del polidocanolo mentre per il trattamento delle forme macrocistiche è necessario ricorrere al sotradecol, all’etanolo o al picibanil. L’iniezione dell’agente sclerosante dev’essere sempre seguita da un’adeguata compressione selettiva loco-regionale.
L’asportazione chirurgica può trovare indicazione sia nelle forme tissutali diffuse a carattere evolutivo sia nelle forme cistiche con un buon piano di clivaggio, in cui l’exeresi può essere eseguita radicalmente senza sequele estetiche o funzionali.
Una terapia combinata è spesso preferibile anche nelle malformazioni linfatiche (ML), associando procedure chirurgiche e scleroterapiche per ottenere migliori risultati.

TOP

MALFORMAZIONI ARTERO-VENOSE

Il trattamento delle malformazioni artero-venose (MAV) pone notevoli problemi per le difficoltà di aggressione chirurgica nonchè per il carattere evolutivo e la spiccata tendenza alle recidive che esse manifestano: in molti casi non è possibile ottenere una guarigione completa, ma soltanto una stabilizzazione della malformazione.
Alla luce di queste considerazioni, in presenza di MAV stabili e non complicate appare giustificato un atteggiamento conservativo con l’astensione terapeutica ed il monitoraggio clinico-strumentale periodico per decidere il momento più idoneo all’intervento. Un atteggiamento aggressivo è raccomandabile in presenza di segni di evolutività, nelle localizzazioni profonde o in sedi anatomiche a rischio, nelle forme molto estese e di fronte alla comparsa di gravi complicazioni locali e/o sistemiche.
Anche nelle malformazioni artero-venose si distinguono procedure chirurgiche e endovascolari.
Tra le PROCEDURE CHIRURGICHE va menzionata la legatura delle arterie afferenti, che trova indicazioni limitate in quanto è gravata da un’elevata incidenza di recidive a causa di un processo di neovascolarizzazione con ipertrofia progressiva di piccoli rami arteriosi residui e sviluppo di nuove fistole artero-venose. Può essere presa in considerazione nelle MAV complicate da gravi emorragie in cui non sia attuabile un intervento radicale.
L’asportazione chirurgica in blocco della malformazione e dei tessuti molli circostanti costituisce il trattamento di scelta nei casi in cui la sede anatomica e le dimensioni consentono un’exeresi radicale. L’intervento viene completato da una plastica ricostruttiva loco-regionale con lembi cutanei o muscolari mobilizzati per rotazione o scivolamento. Nelle forme molto estese è preferibile eseguire l’intervento in due tempi: in una prima fase si impianta un’espansore sottocutaneo che viene insufflato periodicamente per ottenere un’aumento della superficie cutanea e dopo alcune settimane si procede all’ablazione chirurgica della massa e alla plastica ricostruttiva.
Le PROCEDURE ENDOVASCOLARI sono utili sia in forma isolata che in associazione alla chirurgia, in quanto consentono di ottenere una significativa regressione della malformazione artero-venosa con tecniche a limitata invasività.
L’embolizzazione delle arterie afferenti mediante cateterismo superselettivo è una tecnica largamente impiegata. Viene eseguita mediante puntura dell’arteria femorale all’inguine in anestesia locale e introduzione di un catetere coassiale ad elevata flessibilità. Il catetere viene fatto avanzare sotto controllo radioscopico fino alle arterie afferenti della MAV, in cui viene rilasciato un agente embolizzante allo scopo di occludere le fistole artero-venose e arrestare la crescita della malformazione.
Gli agenti embolizzanti attualmente disponibili sono numerosi. La scelta del tipo di agente e il dosaggio variano a seconda dell’architettura della MAV e del calibro delle fistole artero-venose. Si distinguono materiali riassorbibili e non riassorbibili. Tra gli agenti riassorbibili vi sono le spugne di gelatina, il collagene microfibrillare, l’ethibloc. I materiali non riassorbibili possono essere solidi (alcool polivinilico, sfere di silicone, spirali di tungsteno) o liquidi (cianoacrilati, etanolo, sodio-tetra-decil-solfato, polidocanolo). Tra i prodotti più maneggevoli va segnalato l’alcool polivinilico (PVA), costituito da una sospensione di particelle solide biologicamente inerti, di dimensioni variabili da 150 a 1000 micron in funzione del calibro delle fistole. Molto efficaci sono i cianoacrilati, colle biologiche che hanno il pregio di solidificarsi a contatto col sangue nel sito di rilascio garantendo un’occlusione duratura delle fistole senza il rischio di propagazione a distanza.
I risultati dell’embolizzazione sono spesso limitati dall’ampia estensione delle MAV, dalla presenza di numerose arterie afferenti, dal calibro esiguo o dalla tortuosità di tali arterie con difficoltà di cateterismo. Le recidive sono molto frequenti per la riabitazione del nidus da circoli collaterali neoformati. Occorre inoltre considerare il rischio di lesioni ischemiche causate dall’occlusione accidentale di rami arteriosi tributari di tessuti sani adiacenti.
La scleroterapia venosa retrograda rappresenta un nuovo approccio terapeutico alle MAV e consiste nella sclerosi mediante puntura diretta percutanea delle principali vene di drenaggio della malformazione. E’ di grande utilità nelle MAV in cui non è attuabile un’asportazione chirurgica radicale e l’embolizzazione trans-catetere è tecnicamente difficile o presenta un alto rischio di lesioni ischemiche. Viene preferibilmente eseguita sotto controllo radioscopico mediante una flebografia intraoperatoria e a flusso bloccato, occludendo con opportuni mezzi di compressione le principali vie di drenaggio. Gli agenti sclerosanti più utilizzati sono il polidocanolo e l’etanolo.
L’impianto di endoprotesi per via percutanea può essere utile in casi selezionati, in particolar modo nelle MAV complicate da aneurismi o pseudo-aneurismi arteriosi
Una TERAPIA COMBINATA con l’associazione di procedure chirurgiche e endovascolari consente in molti casi di ottenere risultati più favorevoli.
Un’embolizzazione preliminare può rendere molto più agevole l’asportazione chirurgica di una MAV, riducendo la portata delle fistole e l’emorragia intraoperatoria. Nelle MAV difficilmente raggiungibili mediante cateterismo percutaneo, come spesso avviene nelle forme cranio-facciali, la preparazione chirurgica dell’arteria afferente può consentire un cateterismo transluminale a cielo aperto. La sclerosi percutanea delle vene di drenaggio può essere associata, nella stessa seduta o in sedute operatorie successive, all’embolizzazione delle arterie afferenti attuando un approccio misto per via anterograda e retrograda.

TOP

home torna alla home page